A partire dall’VIII secolo, il Mali, ricco per i suoi minerali come l’oro e il sale, per l’agricoltura, la pastorizia e i fiorenti commerci trans-sahariani vide avvicendarsi tre grandi imperi sul suo territorio: quello vasto e solido del Ghana, detto “il paese dell’oro”, quello degli Almoravidi, conquistatori musulmani, che posero fine alla pluralità di pratiche religiose, ed infine, fondato da una dinastia di popoli mandinghi (bambara e malinké), l’impero del Mali, che si estendeva dall’Atlantico al Niger, dal Sahara alle foreste equatoriali, e conobbe fama internazionale per gloria e ricchezza, per la qualità della civiltà degli abitanti, per i tentativi compiuti di attraversare l’Atlantico, per le sue università (come per esempio quelle di Djenné e di Timbuctu, che era il crocevia della cultura negro-africana e musulmana; numerosissime erano le scuole e famosi i maestri, in relazione con le culture universitarie dell’Egitto, di Cordova e di Fez). Nel XVI secolo l’impero venne invaso dai mossi, dai tuareg e dai songai, che alla fine presero il sopravvento. Nel 1591 l’invasione marocchina precipitò le terre nel disordine e nell’instabilità politica, da cui nacquero due stati guerrieri sempre in lotta, quello di Segu, fondato da Biton Koulibali, ed il regno del Kaarta; la loro potenza si basava sulle risorse del paese e sul commercio degli schiavi. Il grande pericolo giunse, nel XIX secolo, dalle guerre sante condotte dai peul e dai toucouleur in nome dell’Islam. Il leggendario El Hadj Omar Tall fondò un vasto impero retto a teocrazia musulmana che comprendeva le terre di Segu, il Kaarta e il Macina, spingendosi fino a Timbuctu. 

La seconda metà del secolo fu segnata dalla colonizzazione francese, relativamente rapida ma che dovette confrontarsi con eserciti numerosi e organizzati. La politica francese in Mali, il loro Sudan, cercò in ogni modo di sbriciolare la struttura politica del paese, le sue tradizioni ed i suoi equilibri. Introdusse forzatamente l’urbanizzazione, depauperando gli agricoltori con tasse insostenibili, contate pro capite e non a seconda dei terreni e dei raccolti, e con una scolarizzazione che prevedeva l’allontanamento dei figli delle famiglie più importanti dai loro contesti, e l’apprendimento del francese come unica lingua (erano pesanti le punizioni corporali per chi avesse pronunciato una sola parola nella propria lingua madre); decimò inoltre la popolazione maschile prelevandone gli elementi più vigorosi per i lavori forzati, o come elementi delle truppe d’assalto per le due guerre mondiali. 

Le lotte per l’indipendenza iniziarono verso l’inizio del Novecento, e si conclusero nel 1960 con la dichiarazione di indipendenza; il Mali divenne una repubblica di tipo socialista sotto la guida di Modibo Keita, che venne poi rovesciato con un colpo di stato; il secondo presidente fu Moussà Traoré, che volle liberalizzare l’economia. L’economia conobbe un degrado sempre più serio, aggravato dalle carestie del 1973 e del 1984. Il debito contratto dal Mali allora fu enorme. Il governo divenne sempre più rigido e totalitario, repressivo e corrotto. La liberazione si ottenne, grazie alla rivoluzione popolare del 1991, e la terza repubblica del Mali elesse come presidente Alpha Umar Traoré, che cerca di combattere i mali della colonizzazione, decentralizzando le attività e le gestioni economiche e politiche, istituendo una scolarizzazione attenta alle culture del paese.

LA COLONIZZAZIONE

“Prima delle grandi esplorazioni ci fu il periodo del ‘commercio muto’, in cui gli Europei, arrivati via mare sulle coste africane, depositavano i loro oggetti e mercanzie sulla spiaggia, accendevano un grande fuoco e tornavano alle loro imbarcazioni; gli Africani, che vedevano da lontano il fumo, uscivano dalle foreste litoranee, venivano a prendere gli oggetti europei e deponevano in cambio le proprie ricchezze sulla spiaggia.

Più tardi… venne l’epoca della conquista (approssimativamente dal 1848 al 1892) che permise l’installazione delle agenzie commerciali; poi quella dell’occupazione militare (dal 1893 al 1904 a seconda dei luoghi). Nelle regioni del Mali che ho conosciuto personalmente, l’amministrazione militare anche se molto dura era tuttavia abbastanza giusta, e non praticava ancora lo sfruttamento sistematico delle popolazioni. I militari erano uomini fieri, a volte stravaganti, ma generalmente erano di parola e si preoccupavano soprattutto di servire l’onore della Francia. Più che ammassatori di fortuna, erano a loro modo degli idealisti…

Le cose cambiarono con la fase successiva, che vide la messa in opera dell’amministrazione civile (tra il 1895 e il 1905 a seconda dei paesi)… La prima missione dell’amministrazione fu quella di reclutare volenti o nolenti tutti i figli dei capi per inviarli nelle scuole francesi e dotarli di un’istruzione elementare, per farne dei futuri impiegati subalterni dell’amministrazione o delle ditte commerciali, e soprattutto dei fedeli servitori della Francia, staccati dalle loro tradizioni ancestrali…

Poi arrivò il regno delle camere di commercio (quella dell’Alto Senegal-Niger venne fondata nel 1913 a Bamako). Soltanto allora comparve lo sfruttamento sistematico delle popolazioni su larga scala, l’instaurazione delle coltivazioni obbligatorie, l’acquisto dei raccolti a basso prezzo, e soprattutto i lavori forzati per realizzare le grandi opere destinate a facilitare lo sfruttamento delle risorse naturali e lo spostamento delle merci…

Da allora, la situazione si è modificata, ma – ahimè – le regole che presiedono agli scambi internazionali restano immutate nelle loro linee principali: acquistare le materie prime al minor prezzo possibile, e rivendere al prezzo più caro possibile i prodotti lavorati. La colonizzazione economica non ha fatto che prendere un altro volto…

Non va bene che un popolo domini su altri popoli. L’Umanità, se vuole progredire, deve sorpassare questo stadio…

Come dice il racconto peul Kaidara, ogni cosa esistente ha due facce, una notturna, nefasta, e una diurna, favorevole; la tradizione insegna infatti che vi è sempre un granello di male nel bene e un granello di bene nel male, una parte di notte nel giorno e una parte di giorno nella notte…

A proposito della colonizzazione, si trattava innanzitutto di uomini, e tra di loro c’era il peggiore e il migliore. Nel corso della mia carriera, ho incontrato amministratori disumani, ma ne ho anche conosciuti che distribuivano ai diseredati della loro circoscrizione tutto quello che guadagnavano, e rischiavano perfino la loro carriera per difenderli…

Le popolazioni africane, così rapide a stigmatizzare le bizzarrie o le qualità di un uomo con un soprannome, sapevano bene come differenziarli… Così ho conosciuto … i comandanti “Diavolo zoppicante” o “Palla di spine”, perché era rischioso avvicinarlo senza precauzioni, o Koun-flen-ti, “Spezza-crani”… Ma, bisogna dirlo, venivano spesso aiutati nelle loro azioni disumane o disoneste da perfidi bianchi-neri: il comandante Koursi-boo, “Togliti-le-mutande” (sottinteso “per ricevere cinquanta scudisciate sulle natiche”) era assistito dal brigadiere Wolo boosi, “Togli-pelle”; …il comandante Yiya maaya, “Vedere e morire” aveva come attendente Makari baana, “Finita la compassione”. E il comandante Boo doum, “Mangia i tuoi escrementi”, la cui triste specialità veniva esercitata durante l’incontro con i prigionieri nella loro cella, era affiancato da un capitano di circoscrizione Nyegene min, “Inghiotti le tue urine”. Ne ho conosciuti tanti personalmente. Molto più tardi, volendo sapere cosa ne era stato di loro, sono andato a trovarne alcuni in Francia. Curiosamente, la loro fine fu spesso penosissima, e il loro destino, negli ospedali o negli ospizi, a mala pena più invidiabile di quella delle loro vittime (penso in particolare ai comandanti “Spezza-crani” o “Mangia i tuoi escrementi”.

In generale, gli onnipotenti amministratori… ispiravano una tale paura che in loro presenza l’espressione di scongiuro “Sì mio comandante” usciva dalla bocca dei sottomessi come l’urina da una vescica malata. Ma dietro a questa espressione, diventata rituale, l’ironia, questa grande arma degli Africani neri-neri manteneva tutti i suoi diritti. Un aneddoto, tra tanti altri, lo testimonia.

Un giorno un comandante di circoscrizione decise di compiere un giro nella regione. Era la stagione delle piogge e la strada costeggiava un terreno argilloso incassato tra due corsi d’acqua. Chiamo il capo cantoniere: “Bisogna che i tuoi paesani mi battano la strada per indurirla e mantenerla asciutta. Non voglio che la mia automobile si impantani!”. “Sì mio comandante!” disse il capo cantoniere, che non poteva dire altro…

Ed ecco i paesani, uomini, donne e bambini, che si mettono a battere il terreno umido e melmoso: Battono, battono a tutta forza, al ritmo di un canto che hanno composto per la circostanza. E mentre battono, cantano e ridono. Ho ascoltato il loro canto. Eccone alcuni passaggi:

    Imbecillità, o grande imbecillità!

    Ci ordina di scuoiare,

    di scuoiare la pelle di una zanzara

    per farne un tappeto,

    un tappeto per il Re.

    Ma-coumandan vuole far passare la sua vettura.

    Assomiglia all’uomo che vuole pregare

    sulla pelle di di zanzara

    distesa sul terreno.

 

    Sull’acqua il capo vuole sedersi,

    sedersi per bere la sua birra.

    Certo, il capo è il capo,

    ma l’acqua è come una regina

    e la regina inghiotte ogni cosa.

    Ma-coumandan non sa 

    che l’acqua inghiotte ogni cosa.

    Inghiottirà anche ma-coumandan!

 

    Battiamo! Battiamo docilmente.

    Battiamo forte nel fango, nel fango inzuppato.

    Ma-coumandan ci prende per idioti,

    ma è lui che è imbecille

    se cerca di fare una strada asciutta

    nel fango bagnato.

    Se la vettura di ma-coumandan sprofonda,

    ci sfonderà le costole.

    Attenti, attenti alle nostre costole!

    Battiamo forte, battiamo senza paura…

 

Il comandante, accompagnato dal suo interprete e dal suo aiutante, venne a visitare il cantiere. I battitori cantarono e risero a gola spiegata. Il comandante, tutto ringalluzzito, si rivolse all’interprete: “Ma sembrano davvero molto contenti!” esclamò. Vi erano segreti che né gli interpreti né gli aiutanti né le guardie avrebbero potuto tradire. “Sì mio comandante!” rispose l’interprete…

Amadou Hampâté Bâ, Oui mon commandant! Mémoires (II), Actes Sud 1994, pp. 331-338.